lunedì 22 agosto 2016

E se tutta questa analisi non fosse altro che un'ulteriore maschera della retorica?




Rischiare di chiudere il progetto al quinto giro, inaspettatamente.
E poi non riuscirci più. Macheccazzo.
Eppure non te ne frega nulla. Vai lì, con il sorriso di chi vuol solo passare un bel pomeriggio, con gli occhi puliti di chi ha solo da guadagnarci, con la pace di chi sa che realizzare è comprendere.

Ovvio. L’idiozia che ti contraddistingue è sempre in agguato. Ma in questi mesi hai lavorato sodo di cervello e poco di negative. E i risultati si vedono. Sei più contento. Hai inaspettatamente fatto pure due 7c in giornata. Sticazzi se erano un po’ farlocchi. Hai passeggiato flash un 7b. Ma senza quel velo assalitore nello sguardo. Ridendo, ripetendo quanto fosse bello il tiro, e facendo – davvero – di tutto per non cadere, finendo così per scalare bene: fluido, dinamico e preciso sui piedi. Un ninja.

Forse banalmente stai mettendo su livello e sei contento. Che far boulder è il miglior allenamento; checchè ne dicano gli amanti del a-secco impanatanati negli anni 90.
Dopo una giornata di obblighi ci manca solo che mi appenda a due zappe e cronometri la vita che spreco.

L’esistere si misura in battiti. In palpitazioni. Di quelle che tolgono il fiato. E quelle che contano davvero non sono poi così tante. Cerchiamo di accumularne il più possibile. L’arrampicata può diventare sterminato territorio di gioia o angusto affossamento dove far fermentare la propria pochezza.
Vedi tu. A me non me ne frega più niente. Non ho più dubbi.
È la felicità sulla pietra l’unico allenamento efficace e fruttuoso.

Ma, sia chiaro, e qui è il trick, la strada verso la gioia parte da un NO.
Combattere, lottare, opporsi ad ogni invasione di campo da parte della mediocrità.
Sottoforma di pensieri, persone, azioni, omissioni e reticenze.
Fermati. Respira. Chiudi gli occhi.
Prenditi cura di te e blocca ogni sterile pallottola di te stesso.

Fai fiorire ogni tua giornata. Che la vita poi verrà a chiederti il conto.
E passare gli ultimi anni di vita a parlare di meteo è la peggiore delle condanne.
Sii responsabile.
Non si può amare la pietra senza amare se stessi.
Diversamente si tornerebbe consumatori di arrampicata. Tristemente appesi alle attese. Alle lamentele. Alle scuse. Alle sue istanze manipolative. Ai rapporti di produzione e ai suoi effetti dissocianti ed emarginanti. Divorato dal concretismo. Intellettualmente appiattito.Feroce individualista e mistificatore dei dati di fatto; anche oggi si chiude domani?
Infine la resa.

Abdicare innanzi al buon senso.
Gettar via una vita così come la gente getta via le domeniche in freddi e lividi centri commerciali.
Ci hai mai fatto caso che in un certo senso, il più plumbeo, una vaga storpiatura della traduzione porterebbe a chiamare uno di questi “MondoMedio”?
Ebbene, la direttrice su cui poniamo la nostra lettura delle priorità è quella. Che se ne sia consapevoli o meno.

Guardarti da giù. Mentre ti fanno sicura. Avvolto di gioia e magia. La stessa che ti confonde con il cielo blu frizzante di questo vento da nord. Che ci provi di nuovo a chiudere il tiro.
Ma infondo ti basta esser qui.
Contento.
Di avercela fatta.
Ancora una volta.
A cambiar posizione.
Sui boulder di una vita.

L’arrampicata, stampatelo dentro, ti è amica.
Non può esser altrimenti.
Diversamente è sempre colpa tua.

Perché salire è l’unico modo per non sentir più freddo.
Per riuscire a non sentir più quel prurito in quei punti dell’anima che non riesci a raggiungere.
Perché siam troppo umani per volare e troppo poco per rimaner con i piedi per terra.

La scalata dunque è una delle poche cose rimaste per innalzarci.
Per nobilitarci.
Per renderci il più possibile simili a ciò che vorremmo essere.
Facciamola al meglio.



giovedì 18 agosto 2016

Tu stai bene solo quando scali





Stavolta però non sono scuse.
Stavolta è vero.
Ci vogliono le palle e un morale d’acciaio per ingaggiarsi ogni week end.
O forse è solo amore per la pietra. Semplicemente. Candidamente.
Stare a casa, sfondarsi di birrette e serie tv. Oppure scalare su 6b tutto il giorno.
Dopare l’opinione di sè coccolandosi con l’opinione altrui.

Mentire.

È questo il punto. Il maschio dominante in un gruppo a vocazione subalterna e remissiva. Bastano davvero delle dinamiche così false per alimentare l’illusione di un’esistenza.
Si.
Così come basta slogan di regime a dar l’illusione di vivere nella migliore e l’unica possibile delle democrazie.
Ma poi ci si stufa.
Perché l’uomo tende alla verità come un fiume tende a valle.
Prima o poi ci si stanca di mentire. Perché una raganatela di consensi ed illusioni, per quanto intellettualmente “comort-zone” porta sempre all’immobilismo.
E infine ad esser divorati dalla faciloneria. Dal fare tanto per fare.
E infine riscoprisi degli sciocchi. Dei complici.
Degli incompiuti.

Puntare alla perfezione in ogni cosa che si fa. The best is only good enough.
Fare del nostro meglio. Tentare di migliorare. Sudare. Soffrire.
La verità guardarla negli occhi.
Fissa. Senza timori. Non abbassarle lo sguardo. Essere parte di quella luce.
Dello splendore di un’esistenza.
Se c’è da bruciarsi assumersene il rischio.

E quindi il venerdì  a letto presto e cena leggera.
Sabato sveglio all’alba. Pulire casa. Un minimo. Preparare la colazione.
E poi andare incontro alla lotta. All’alta probabilità di fallimento.
Andarci con il sorriso. Come chi non ha altra scelta. Come chi ha scelto.
Mani ghiacciate in inverno. Senza respiro in estate.
Che persino l’aria è impastata come queste concrezioni cariche di magnesite e umidità.
Tirare. Cadere. Tirarsi di nuovo su.
Ma col cuore che pompa vita.

E Lunedì riniziare ad attendere.
A piegarsi ad altre lotte.

Perché la pace non è sottrarsi alla lotta oppure comprenderne – zen – la totale inutilità.
È da un pezzo che lo sappiamo.
La pace, quella vera, la provi solo quando metti a tacere la coscienza.
Che non ti sei sottratto. Che ad essa il tuo agire è perfettamente sovrapponibile.
Che non hai fuggito il confronto. Il lavoro. Fisico e intellettuale.
Lo sforzo della comprensione.

A volte rabbia. A volte gioia. dolore. E la voglia di mollare la tacca.
Ma ciò che non manca è la pace dentro.
Molleresti tutto. Prenderesti a calci la vita, te stesso. La fatica apparentemente inutile.
Ma la vita te la senti ardere dentro.

E alla fine proiettare tutto ciò in un esistere.
Guardandoti dentro, senza protezioni.

Sono scappato qui in valle.
Tutti quei sottintesi erano troppi persino per un codardo come me.

Va messo un telo di plastica sotto la tenda. Sempre.
E possibilmente dormire sui crash. Salvo non puzzino troppo di merda.
Prima devo cagare. Tassativo. L’umidità del terreno mi ha fatto germogliare dentro qualcosa. E non è un qualcosa di poetico.
Ho paura degli orsi.
Così come nei miei viaggi a piedi riuscivo a trasformare la solitudine del bosco in terrore solo con l’autosuggestione tipica di chi piega l’indole al vociare diffuso. Finendo per aver paura di un bosco e non di una banca.

Sto un po’ davanti alla tenda. Aspetto che il sole di luglio faccia il resto. Mi vesta di calore. Di colore.

È tutto qui?
Prendere il crash e gironzolare per il bosco?
Basta questo a dimenticare tutto? A farsi dimenticare.
A ritrovarsi solo all’età in cui i tuoi coetanei sono già al secondo figlio?
Essere lasciati perché “tu stai bene solo quando scali”.
Non capisci.
È un problema il fatto che io riesca a esser felice?

Di troppa razionalità i popoli si ammalano.
Le scelte vanno prese di pancia. L’istinto, se ci pensi bene, altro non è che il risultato di un adattamento perfezionatosi in migliaia di anni.

Decidere. Fare gli adulti. Guardarsi in faccia, negli occhi ma dirselo.
Che non siamo abbastanza l’uno per l’altro.
Che infondo ci siam voluti bene. Che te ne vorrò sempre.
Ma che ormai è arrivata la ghisa dei legami.

Sarò sempre legato a te. Come potrei non esserlo?
Ma devo capire dove finisce l’amore e inizia la tenerezza e la dolcezza, la gratitudine, la meraviglia della scoperta di essere in grado di costruire, ma non di tuffarsi insieme.
Incontro all’ignoto.
Mi mancherai come se mi mancasse un pezzo di me. Un moncone dell’io (o dell’ego).
Ma è giusto separarsi.
Andare incontro ai propri futuri.

Poi d’un tratto la paura – o l’affetto – mi trattiene. Si attorciglia al pensiero fluido e lo inceppa nella spontaneità.
E non so che fare. Se seguire il luccichio che intravedo dentro oppure il calcolo razionale.
Zavorrato da cose, legami, sovrastrutture, figli anche. Cazzo.

Baciarti teneramente, accarezzarti, tenerti fra le braccia, osservarti dormire.
Prendermi cura di te.

Cosa siamo?
E cosa potremmo diventare?

La verità è che è un bel casino.
Ed è un casino in cui solo noi due potevamo cacciarci.

Sei gran parte della mia vita.
Perché attingi direttamente alla parte pura e viva che tento di conservare in me e la alimenti.
Perché solo tu sei la chiave per entrarci.
E perché grazie a te rimango vivo.

Altro che arrampicare.

E allora le stronzate che racconto in giro sull’arrampicata maestra di vita ecc. ecc.
È ora che le metta in pratica. Che soffra per migliorare. Per uscire dal passo duro.
Rischiando di cadere. Sudando. Rischiando anche di farmi male se necessario.

Ma io devo salire.

martedì 14 giugno 2016

Della funzione sociale dell'utopia





L’industria culturale fabbrica le opinioni, i bisogni, i piaceri. Veicola il consenso.
Falsità organizzata in sfumature di non-essere.
Coazione all’adeguamento e volontario servilismo d’adattamento a corollario.
A chi abita quest’epoca viene chiesto di abbandonare lo stupore, la rielaborazione, il libero arbitrio.
È un’attualità che aspira a conficcarsi nello spirito percettivo delle persone; a pensarsi come unica realtà possibile.
Senza alternative. Senza possibilità di altrimenti.
Dopo di noi il diluvio.

Sentirsi in trappola.
Non saper più se si ama davvero quel che si fa e se si fa davvero quel che si ama.
E poi la qualità.
La qualità è il distillato del vivere. Lo spremere gli istanti.
Di che qualità è il tempo che sottrai al lavoro. Quello spazio vuoto fra vivere ed esistere che dovresti colmare con la parte più vera di te. Che dovresti riempire con tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta e odiata.

Non basta andare a scalare. Forse non basta più.
Occorre dare una possibilità alla verità. Anche qui siamo arrivati al plafond.
Quanto di te proietti sulla pietra, nel gesto? Quanto di quello che hai nel cuore – sempre che ti sia rimasto qualcosa – riesci a spingere sugli appoggi, ad ogni arcuata?
Le diete, gli allenamenti, le privazioni.

Allontanarsi da ogni prospettiva (arrampicata compresa) che sia occasione di conoscenza e valutazione. Arrampicare – per te – non può esaurirsi in una mera competenza tecnica e/o miope esercizio atletico. Non ti basta più. Deve esserci qualcosa in più.
Tremi al pensiero. Ma forse arrampicare, per come è diventato ora, forse, non è più la stessa cosa.

Quella cieca furia emotiva.
Ardere di vita e comprensione.
Abbracciarsi sceso dal tiro.
Raccogliersi nel respiro. Sudato. Bere acqua.
Tregua. Sollievo. Pace e silenzio dentro.

Troppe cose da mettere in ordine, troppe domande inascoltate. Rimbombare di vuoti.
Ora sta a te riappropriarti di tutto.
A partire proprio dall’arrampicata.
Come mezzo. Non come fine.

Razionalizzare il disicanto.
Neutralizzare l’ossequioso realismo, la vile accettazione del tempo attuale come realtà inemendabile, immodificabile.
Il tempo in cui vivi ti è entrato dentro. Fin nel punto più nascosto dell’Io.
Dove, intimamente segregato, scalpita un noi.

Ma tu affermi orgoglioso che non sei così.
No.
Tu non appartieni a questo tempo di oligarchie ammiccanti. Del lasciateci fare.
Tu non sei pronto a disinteressarti. A far finta di nulla.
La colpa non è tua.
Questa Italia senza spina dorsale finirà. E lo farà nel peggiore dei modi.
Con la rabbia e la vendetta tipica del suddito. Degli sciocchi.

Ma la verità è molto peggio.
La verità è che Arrampicare è diventato uno strumento per ovattare le tue urla.
Attraverso essa non riesci più a far sgorgare la musica che hai nel cuore.
È un’anestetica bastonata.
È quel che è la fuga per il codardo.
È una coperta per soffocare una fiamma.
Cerchi il silenzio non più la musica.

In quanto tale, per come la stai praticando, la scalata è diventata uno strumento in più concesso  a questa realtà per affermarsi, per metterti da parte; di dominare, di imporsi, di legittimare l’ingiusto.
Lo avresti mai detto? Proprio tu.
Quello della “portata emotiva della scalata”.
Quello della “vocazione antiadattiva dell’arrampicata”.
E invece…
Eccoti in fila (pur mosso dalle più nobili intenzioni), ingranaggio ben oliato e ingenuo di una macrodinamica autoritaria; parte integrante dell’ebete adattamento alle logiche di produzione e consumo.
Pensavi di esserne tagliato fuori?

Un ribelle in meno al fronte è un’arma in più per loro.
Perché il tuo privilegiato, occidentale silenzio interiore, come sempre, sono gli altri a pagarlo.
Perché per quanto fisicamente attiva, anche la tua è ignavia. Ed è peggiore di quella figlia della sottocultura.
Al pari dei goffi sessantottini tramutatisi in disincantati nichilisti aderenti all’esistente, anch’essa si autoproclama aprioristicamente da una posizione di superiorità morale, di fedina etica pulita, di irriverente schernimento dell’altro. 
E ti unisce al loro dramma alimentando l'esistente. Quel che di paranoico rimane della loro opposizione, i cocci della loro dissidenza, li scagliano in rigurgito contro i nostri nuovi sogni. Di chi, con tutti i suoi limiti, onestamente, con gioia, ci prova. Non si sottrae al confronto.
Tu fai il loro gioco.

È indifferenza.
È starsene lì, al riparo, a pensare ai tiri, a scalare ogni weekend, a parlare di progetti…mentre fuori l’Italia dell’hashtag e della graduale soppressione dei diritti dilaga senza argini. Senza controllo. Libera. Con una potenza di fuoco e propaganda mediatica senza precedenti nella storia.
Democrazia intesa come artefatto gioco di simulazione della procedura elettorale.
Recita identitaria delle fazioni opposte. Che litigano sulle questioni secondarie ma sono sovrapponibili sulle scelte autoritarie e di riduzione di sovranità. Semplificazioni e simulacri.
Presto sarà il trionfo del disordine dei contenuti, del genocidio culturale. Di bulimia informativa e obesità intellettuale. Feticizzazione dell’istante utilitaristico e nulla più.
Mentre fuori, la tua famiglia, i tuoi amici, la tua compagna, i tuoi stessi figli, pagano il prezzo delle tue paure e della tua pigrizia.
Del tuo voler far tacere gli ammonimenti delle tue responsabilità.

Altro che silenzio interiore.
Sei un disertore, un traditore.
Tutti hanno mostri dentro.
Tutti sono lasciati da soli in questo sputo di vita.
Ma almeno non scappano a scalare appena possono.

Rimozioni, scorciatoie, sacrifici atletici, semplificazioni argomentative: altro non sono che svicolamenti verso una esistenza che credi (e speri) più piena, ma che altro non potrà essere se non lo schiacciamento della tua vita in un presente eternizzato. Della quale ti stancherai. Perché appenderti ogni week end ad uno spit non consuma solo la corda. Consuma la gioia.
È un pericolo che finisce per chiamare in causa lo stesso pensiero libero.
Questa meravigliosa ricerca della perfezione del gesto portata ai limiti estremi ha condotto te a spegnere la tua voglia di novità.

Ha alimentato e dato corpo all’inappetenza intellettuale.

L’amore per l’arrampicata è ben altro.
E allora ne verremo fuori solo con la lotta iconoclasta.
Distruggere immagini, icone, smettere di guardare ai tiri come reliquie sacre.
Altro non sono che espressioni pagane dell’amore per la scalata.
In pratica tu scali su quella roba lì. Non sulla pietra.
Ne sei schiavo e allo stesso tempo te ne nutri.
Arrampicare così non ci renderà meno schiavi.
 
Riscoprirci curiosi e coraggiosi. Percorrere l’ignoto. Tornare all’essenza attraverso un momento purificatorio. Epifanico. Afferrare l’ispirazione. Questo regala l'arrampicata. Prova a negarlo.
Creare le condizioni intellettuali, attraverso l’ispirazione, per rompere la gabbia. Non lottare per ottenere vantaggi, garanzie e silenzi interiori all’interno di quella gabbia.
Un salario più alto non ci renderà meno schiavi.

Perchè la vita si declina solo al plurale.
Perchè non potrà mai esserci Io senza un Noi