venerdì 16 giugno 2017

Semplici possibilità di non agire.

 

Sono qui. Da Te. ancora una volta con il mio carico di richieste.
Metto sul piatto il mio impegno. La mia voglia di tornare a galla.
Di tornare ad orientarmi. A capire. Consapevolezza.
Son tornato. E ho paura. Stavolta mi sto aggrappando a te. alle sensazioni che riesci a darmi.
Di pulizia interiore. Di mani che sudano.
Cerco sempre quello. Gioia. Ispirazione. Lucidità.
Riconnessione alla natura. E quindi riconnessione a me. La danza.
Spirito pieno ed eleganza motoria. Perché questo vuoi.
Raffinatezza, gusto, garbo. Grazia.
Perché questo è quello che poi mi dai.
E ora devo nutrirmi di tutto questo.
Patetico e arido come sono.

Ma stavolta è diverso amica mia.
Stavolta ho una paura fottuta.
Perché la vita è li a ricordarti chi sei.
E soprattutto chi NON sei.
E non puoi star senza pensare.
A meno che io non stia scalando.
E allora eccomi qui.
Che mi lego.
Infilo le booster.
stacco il secondo piede da terra.
Parto. e divento tua docile preda.
E arcuo. E urlo. E non mi frega un cazzo di quel che può sembrare.
Perché queste lacrime le ho strozzate in gola e le stringo a me. E le proteggo.
A ricordarmi che son vivo. Alle volte solo la rabbia ti tiene in piedi.
tiene incollati i brandelli di te.
Un graffio sulla vita.
E me lo prendo. E sto zitto.
E scalo duro.

Perché voglio ripartire da Te. da quel che siamo stati per così tanto tempo.
E che ho paura di aver sparpagliato qua e là.
Fra le chiacchiere e gli errori.
Fra le maschere e le aspettative.
Fra le solitudini e i rapporti ovattati.
In un equilibrio sgraziato fra necessità e timori.
Tra il dare fiducia e il naufragare nel pericolo.

Tutta roba da cui mi tenevi alla larga cazzo.

Ieri ti ho sentita urlarmi in faccia che ci sei. Che non devo arrendermi.
Che hai ancora tanto da darmi.
Che anche fra le pieghe di questa meraviglia di 8a+, durissimo e spittato cattivo,
puoi tornare a prenderti cura della mia anima?
Tornare a proteggermi.
Dai miei errori.
Dalle mie voracità.
Dal mio illudermi di esser quel che non sono.
Di vivere vite che non si possono avere.

La mia penitenza sarà di pietra.

Stavolta però ho paura. Tanta. Perché son ghisatissimo.
Sono a vista.
Un altro boulder. Secco. Netto. Cattivo.
Di tacche.
Senza fronzoli o trucchetti di piedi.
Qui, il massimale, o ce l’hai o ti appendi.
Pochi cazzi.

Ripartirò dalla fatica. Dal sudore. Ma rimarrò aggrappato a Te.
Perché sei vera. Almeno tu.
Come un cazzotto in faccia.
Stare alla larga da tutto il resto. Tornare a sacrificarmi. Per te. Per me.
Perché affinchè tu dia ancora i tuoi doni, io sul piatto devo metterci tutto.
Comprese le mie maschere. Le mie paure.
Il mio dolore quotidiano.
Di un padre finito chissa dove. Ma che ancora ama con gli occhi.
Di un lavoro che allontana. E isola. Sempre di più.
Di inganni.
Di altro dolore. 
Che si poteva evitare cazzo.
Ma ora siam qui.
E me lo prendo. E sto zitto.
E scalo duro.

credo sul serio che il frutto della pace
sia appeso all’albero dei silenzi.
Che il fiore di una rinnovata serenità
Germoglierà da tutto questo dolore.

È tempo di non nascondersi. Solo immolandomi a quest’onda grigia.
Di tacche, rabbia e passi duri, potrò tornare a prendermi per mano.
A prendermi cura di me.
Delle mie verità.
E delle mie piccole gioie. Quelle poche che posso difendere.

Che vivere aggrappati
è ancora vivere.
molto di più di quel che credevo.
Grazie
                                                                 ancora Tuo, r.


lunedì 12 giugno 2017

Panorami di sè




Non è tanto il tiro in sé.
O l’averlo fatto in pochi giri.
Chiaro, c’entra il grado.
Ma quel che conta sul serio è essersi riconosciuti.
In quei pezzi di te. Che credevi disseminati in bilico fra i dubbi e le paure.
Che rimangono lì sottopelle. Ad affaticare.
A far di tutto per sgonfiare l’entusiasmo.
La fiducia nella stessa gioia che ti capita. E che infondo, sotto sotto, sai di meritare.
A vedere “alta probabilità” di dolore in tutto. Anche nella magia di uno sguardo che stende.
Tanto è primordiale. Da andare a toccarti lì, dove nascosto, provi a vivere davvero.
A non fidarti.
Ad aver conficcato dentro questo buio.
Ti caghi sotto.
Altro che luce negli occhi.
Tu semini immondizia.

Ma ieri però hai agganciato di nuovo l’essenza.
L’impalcatura su cui vuoi (ri)costruire il tuo esistere.
Esserti sentito nuovamente. Ed esserti sentito in parte nuovo.
Più completo. Su un percorso. E questo percorso è (in) te.
Che la gioia che si prova è profonda. E intensa.
Quando è condivisa.
Quando è pulita.

È rotonda.
Come un sorriso.
Come un abbraccio.
Non c’è possibilità di top rope nella vita. quella vera.
Quella che ti fa palpitare.
Risolutezza ad abbandonarsi. Oltre le protezioni.
Run out esistenziali. Vivere – e scalare – come viene
Senza protezioni, ma con fiducia nei propri istinti. l’ultima cosa a ricordarci di esser vivi.
Vivere – e scalare – senza la preoccupazione di quel che sembra.
Di chi osserva. In equilibrio sui giudizi, spingendo una tacca alla volta, un po’ più giù,
le paure che rendono statica la progressione, a scatti, preda di esitazioni, tastare una presa, tornar giù. Tastarla nuovamente. Spostare il piede. Poi rinunciare al movimento. Ad osare.
Rinunciare a fidarsi.
Dimenticandosi, una volta di più, che scalare – e vivere – sono prospettive.
Messe a fuoco sui propri destini più intimi. Che possono germogliare.
Farsi bloccare. E rimanere lì, appeso alle inquietudini.
Al rammarico.

Stavolta però è diverso.
Stavolta è di più.
Corde in catena, tallonate. Incastri.
Poserate. Necessarie, beninteso.
Tre blocchi sul 6B/C a spezzare il ritmo e il fiato su un tiro intorno al 7b in marcato strapiombo.
Un capolavoro. Tutto naturale.
Aver scalato solido.
Di testa e di tensione corporea.
Una tavola.
Respirare forte. Scalare veloce.
Preciso.
Nel silenzio.

Stavolta è di più.
La gioia, quando condivisa, esplode.
Colora, ammanta i ricordi. Intere giornate. Un soffice velo di pulizia e semplicità.
Che è esattamente tutto quello che desideravi.
Che ti ha fatto amare la pietra dal primo momento.
In un modo che mai avresti creduto possibile.
E ieri te ne sei ricordato.
Perché è veduta su una possibile esistenza.
Un panorama di possibili te stesso.

Non sai cosa accadrà né cosa ne sarà di tutto questo.
Ma ti sei riconosciuto. Al di la delle definizioni, dei giudizi,
delle paure e dei passi indietro.
Che indietro, poi, non erano affatto.
Perché hai fatto fatica a tirartene fuori.
Da certe dinamiche. Da tanta sterilità. Da tanta monotonia.
Hai difeso l’anima della tua arrampicata.
Le hai fatto scudo col cuore. Con la carne.
Col dolore. Con i silenzi.

Con la paura di rimaner solo.
E avevi ragione tu.
Perché la ami talmente tanto da tenerla stretta a te, e vedertela macchiare così, ogni fottuto weekend, senza rispetto, con troppa furbizia, troppa avidità, scarso interesse all’altro, all’ascolto,
al desiderio di stare assieme, alla fine aveva finito per rompere qualcosa in te.
Perché quello non è scalare. Quella è solo un’altra abitudine. Destinata ad appassire.
Che un fiore lasciato morire puzza più della merda.
Uno dei tanti naufraghi nella palude delle esitazioni.
In cui nuotano solo pesci morti.

Noi, dentro, abbiamo la musica.
E quando entra in risonanza con il tutto diventa nettare di vita.
Perché fra i boschi. Fra i massi. Nella sensazione di esser solo.
Negli allenamenti al freddo. Da solo.
Nei libri. Nelle passeggiate. Da solo.
Nei sacrifici. Nei silenzi.
Nella lotta.
Nei dubbi.
Perché persino quando era tutto troppo affievolito per rimanerci aggrappato,
tu amavi. E hai continuato a farlo.
E non hai mai smesso.
E avevi ragione tu.

E ieri
quel qualcosa
te lo sei andato a riprendere.

Perché per te, il momento in cui sorridi,e sospiri di quiete,
con lo spirito completamente pieno. E  completamente vuoto.
Incastonato nel tempo della calata.
È tutto quel che conta.
È la verità. La prova che lei esiste. La prova che anche tu esisti. Che ne sei ancora in grado.
È la solennità di un momento. Del suo candore.
È sfiorare il divino e tornare a galla. Andare sul tiro entrando nel profondo di te.
Prendere a calci l'anima se necessario.
Allontanandosi dai rituali di un’esistenza ancora troppo intrappolata dentro te.
ma che sta montando, forte, lo senti. Che spezzarà le inibizioni.

Perché è nell’attesa il peso specifico della gioia.
Perché l’unica condanna che ci può redimere
È esser prigionieri del presente.




mercoledì 24 maggio 2017

Responsabilità etica e comprensione a posteriori


Ci risiamo. Gli stessi errori.
Perché sei drammaticamente normale.
E non l’ometto tutto speciale della mamma.
Oggettivazione dell’Io e ideali di riferimento.
Una corsa autoreferenziale senza direzioni. Ciclica.
Quindi senza orizzonti.

L’arrampicata è totalizzante. E in un certo senso è bello che sia così.
È la tua difesa. L’info point su te stesso.
Finchè ti da ordine, lucidità.
Autodisciplina.
Esserci diventa poter essere.
Senza mappe o tabelle ma ben incastonato in un nuovo territorio concettuale.
Scongiurando adattamenti e diluendo il proprio presente nel già futuro.

Lavorato veloce, a vista, qualche progetto.
Tanti blocchi.
Viaggiare il più possibile.
È quando senti che fermenti che non va più bene.
Quando senti puzza di stantìo.
Dei medesimi errori. Delle stesse frustrazioni che ti hanno portato a starne
alla larga. Da certi ambienti. Dalle loro condanne.
Ma stavolta sei tu quello immobile.

Eri a posto. Eri pronto.
Avevi riniziato con pulizia.
Cosa cazzo è successo?
Hai anche alzato il livello.
Cosa cazzo è successo?

In realtà lo sai già.
Ma non vuoi dirtelo.
Non hai le palle.
Non solo a saltare le rinviate.
A lanciare ad una tacca.
A sgradare un tiro.
A dire la verità.
A defatalizzare. A mostrare l’esistente diverso da come è.
Essere “rivoluzionario”.
E invece, ossequiosamente, sei in coda anche tu.
Incapace di autodeterminazione. Salvo poi pontificare.
O lamentartene. Che è peggio.

È proprio quando incespichi nel vivere che l’esistenza
Ti riserva delle belle sicure statiche da spremuta di palle e caviglie esplose.
Perché ti distrai.
In realtà lo sai già.
Ma non vuoi dirtelo.
E, a peggiorare le cose, sei troppo severo.
E ti cachi sotto.
Questa determinazione aprioristica diventerà la tua condanna.

La verità non è tanto che delle tue insicurezze tu faccia cattivo uso.
Non c’è nulla di male nell’esser deboli. Nell’esser autenticamente fragili.
Nell’esser meno di quel che si credeva.
Ci reputiamo meglio di quel che siamo. Da sempre.
Aridi di slanci.
Sterili di stupori.
Restii all’iniziativa. Di maggior comprensione. Di elevazione intellettuale.
Inerzia e accidia. Vanità e superbia.
Combo letale.

La verità è che non può definirti l’arrampicata.
È un vicolo cieco. Non se ne esce. E poi non basta mai.
Perché c’è la vanità, il grado, i mezzi gradi, i timori, le delusioni. Il testosterone.
Così come non può farlo il lavoro, il ruolo sociale, il tenore reddituale.

Una persona è definita da come assapora la vita, il suo dipanarsi fra i respiri.
Da come ride. Da come piange.
Se riesce a parlare con i bambini. Con gli anziani.
Con i genitori. Senza sottintesi.
Se riesce a non dover sedurre a tutti i costi.
Se si scopre a sorridere, da solo. E senza motivo.
Solo per gratitudine di un particolare momento. Che passa, accarezza l’anima, e scivola via.
Senza desiderio di possesso.
Se riesci a lasciar andar via un amico. Una donna. Una speranza.
Senza recriminare. Senza rimpianto.
Senza troppa rigidità verso te stesso.
Se riesci a far l’amore come viene.
Se della gioia conservi il calore, e non la distanza.
Se davanti ad un bosco che si distende al tramonto
sei ancora capace di vibrare. Alle soglie della commozione.
Che davanti a della roccia arancione vibri ancora.
Con gioiosa impazienza.
Senza desiderio.
Solo amore.

Perché questa è la verità razza di idiota:
senza amore la volontà, da sola, non basta.

Spogliarsi del superfluo.
Persino del lavoro se necessario. Delle sue scorie
Nichiliste e ciniche. Pragmatismo un cazzo, qui si parla
Del significato stesso di felicità. E quindi di vita.
Accettare tutto. Ma davvero tutto. Qualunque cosa accada.
Come forma d’amore antica e primordiale.
Religiosità vera. Poiché dinamica. Poiché concreta.
Poiché lontana da templi e mercanti.
Poiché naturale. E in quanto tale atto autentico di dissenso
All’impronta collettiva di consumo  e produzione.
Ai naufragi di questa epoca.
Di decadimento di valori.

E cosa accadrebbe se ti infortunassi?
Ma sul serio.
Non una puleggia o un tendine ogni anno e mezzo.
Se non potessi più? Se fossi costretto ad allontanartene?
A tornare te. a smarrirti dove dovresti realizzarti.

Sei alla deriva.
Come gran parte della gente là fuori.
Cosa credevi?
Che in una elegante fluidità su roccia ci fossero delle risposte alle tue domande.
Alle tue ansie. Ai tuoi incubi.
Quella è solo la forma di gioia per te più indovinata.
Ed è già abbastanza.
Per cui rimanici aggrappato per l’amor di Dio.
E non muoverti.
Non ora.
Non fare altro perché non sei pronto per altro.
Non hai il grado.
Altro che condizioni.
Qua è un casino.
Sta fermo. Qui si parla di massimale puro alla vita
E assenza di protezioni in caso di caduta.

Non esistono trazioni per la lucidità.
Esiste solo la rinuncia alle volgarità.
Che alcuni boulder della vita sono di potenza.
Ma molti altri sono di puro equilibrio. Come su granito.
E infondo sono i più belli. 7A expo con passo in alto.
E bisogna respirare. Star calmi. Aver fiducia.
Nelle sensazioni. Nelle proprie risoluzioni. Nell’idea stessa di se.
Dosando pressioni e spostamenti.
Sfiorare la verità e tornare alla stasi.
Sbuffar via le paure.
Buttar su i piedi e saltare sopra a questa nuova opportunità.
Di comprensione.
Di consapevolezza.
Di sacrificio e incontro con il sublime.

Di Esserci come territorio di poter essere.









giovedì 18 maggio 2017

Retorica di superficie, coscienza oppositiva e impronta del disincanto



Il non-io genera sovraccarico mentale. Che sottomette. Ma non piega. 
E' l’apice dell’inautenticità. Ci si sgonfia d’impeto.
Si rinuncia alla propria traiettoria.
Azione. Poi comprensione.
Con rabbia.
Come sul progetto.


Il paesaggio sociale è sempre più desolato.
E ciò esiste.
Nonostante le tue aspettative, nonostante i tuoi tentativi di connessione,
nonostante la tua gioia messa lì sul piatto. Senza respiro.
A carte scoperte.
Come sul progetto.
Entusiasmo che luccica.

Scalare spingendoti fuori da tutto questo.
Dalla melma delle interpretazioni.
Dei sottintesi.
Dalla palude dei retropensieri.
Dal fanatismo del raziocinio.
Dall’esitare.
Salendo.
Duro.
Come sul progetto.

Alla fine è l’uso il parametro valutativo di queste epoche di obsolescenza programmata.
Di rinunce. Di paura. Di stasi emotiva e inappetenza al sogno.
Di repentino esaurirsi della meraviglia stessa.
Di negazione dello stupore.
Tutto ciò che resiste all’uso (e all’abuso)
È vera.
E l’arrampicata lo è. Ed è sempre stata lì, ad aspettare.
Che tu la smettessi con la sintesi.
Con la retorica di superficie. Con la rarefazione di un’esistenza.
L’arrampicata si declina attraverso l’esercizio del diritto alla differenza. Alla verità.
Essere il fine di se stessi. Proteggere il proprio bosco interiore. Ascoltarlo.
Tu hai solo te.

Per quello scali duro. Come vivi.
E per duro intendo al “massimo delle tue possibilità”
Opportunamente circostanziate a relativizzate.
Al netto dei dolori. Delle delusioni. Dei rammarichi.
Dei doveri. Del lavoro. Del pochissimo tempo a disposizione e della troppa
Voglia di godimento. Dell’accettazione passiva. Del dubbio.
Dell’erosione dell’io. Degli errori. Della poca chiarezza.
Dell’immondizia del disincanto.

Ma tu, ancora, non ti allinei.
Tu, sul tiro – e sulla vita – metti sul piatto l’idea stessa di Te.  e gli vai addosso.
Come quando resisti. Come quando neutralizzi una nuova paura
riconquistando nuovo territorio di esistenza.
Senza ruoli, né maschere, né paure che comportino adattamento
Agli stilemi maggioritari.
Attaccato a questo pezzo di pietra prende vita l’incantesimo
In cui sei sospeso.

Quel briciolo di autenticità che da dentro proietti in quegli unici
Due giorni (a prescindere che tu vada a scalare o meno) va protetto.
Difeso. Avvolto di pulizia. E non sparpagliato in giro qua e là.
Messo incautamente a rischio. Senza valutazione.
Perchè è tutto ciò che ti rimane cazzo.
Sempre più pervasivo. Fino ad ardere di te.
Fino a sentirti che vivi. Che ci sei.
Come quando stacchi il secondo piede da terra.
Come quando tieni il bordo del sasso.
In Compressione.
Con Tutto il corpo che lavora. Tutto.
In una tensione antica. Che mai ti farà schiavo. Di nulla.
Di nessuno.
Nemmeno delle speranze. Vanno estirpate. Il prima possibile.

È in questa sospensione intellettuale che cessa l’asservimento
Alle dinamiche che offendono la natura umana.
Che ne mortificano la dolcezza.
Che annichiliscono di razionale esitare il suo candore.

Modella le tue abitudini a parametri di limpida lealtà.
Saranno poi loro a modellare te. In un equilibrio epifanico di indivisibilità
e di pulizia. Di tuttuno con se stessi. Di tregua e costruzione autentica.
Perchè questa pulizia è tutto ciò che abbiamo.
La nostra unica risorsa.
La nostra sola forza.
Come sul progetto.

Perchè è solo con la cenere, 
con quel che rimane di te,
Che lavi via lo sporco.


Christopher John Boyle  
1964 - 2017

mercoledì 26 aprile 2017

Dinamica della direzione e stasi del dominio




C’è che poi arriva un momento in cui, solo per un po’
(e forse solo nella tua testa – infondo l’unico luogo che conta davvero)
hai come la pericolosa sensazione che tutto sia in armonia.

Ok. Esageri ancora. Molli i piedi. Talloni inutilmente. Ostenti eleganza.
Ti scaldi sui 7a/b che conosci come il tuo appartamento.
Ma ti diverte. Non riflette più alcun vuoto ora. È un arcuare sulle proprie debolezze.
Smascherarle. Agguantare una rinnovata coscienza del sé. Con tutti i suoi limiti.
Da amare.

La pietra rosa, l’ultimo 6b a fine giornata, i rondoni.
Un sorriso. Uno sguardo trasparente. Di una luce lontana.
Ma così vicina. Così dentro.
Come quest'abbraccio. Che ti porti ancora addosso.

I percorsi sono lastricati di antagonismi, ma tu infondo credi ancora
al carattere sacro della vita. E delle vite. Perché non hai mai smesso.
Perché quando queste si intersecano, e si incastrano, si genera miracolo.
Quella stessa magia e quello stupore che ancora oggi ti fanno rifiutare
Il disincanto. La rassegnazione.
Che’ ci siam già dentro fino al collo in questa razionalizzazione sterile.
Che fa da camera di combustione all’abitudine al brutto, all’ingiusto,
alla neutralizzazione dell’indignazione. Quella vera. Che viene dal cuore.
Che questa verità storica, arida e inerte, non sia inemendabile.

Non esiste altro modo per prendersi cura della vita
Se non occupandosi di quel limitato pezzo di tempo che abbiamo in dono,
di quel pezzetto di mondo su cui incardiniamo i totem del nostro ego.

Eppure tutto, ancora e nonostante tutto, germoglia dall’amare.

Perché essere felici è atto diretto di resistenza esistenziale. E quindi politica.
Nella sua forma più primitiva.
Perché essere felici è un modo in più per smantellare il pensiero unico
In cui si condensa la sovrastruttura del contemporaneo.
Non avranno anche la mia serenità. Quella che si sprigiona sceso da un tiro.
L’arrampicata va protetta.
Perché è necessario scardinarsi dalla coazione alla rinuncia al proprio modo
Di intendere la scalata e alla convergente adesione irriflessa a quel che “fanno gli altri”.
Che, ok, messa giù così pare di sentire l’ennesima barbarie di banalità intellettuale e rozzezza di pensiero,
ma è proprio questo smantellamento assolutizzante (tipico di quest’epoca – in ogni ambito)
ad incombere sul nostro sentire la roccia.

Parliamoci chiaro.
A nessuno – a parole – interessa limitarsi a riprodurre ciò che già è.

Eppure guardati attorno.
In falesia, in palestra. Nella musica. Nel lavoro.
Nella letteratura. Nella vita. imitiamo. E lo facciam male. Per giunta.
Alcuni lo chiamano “stallo identitario”, ma non ha importanza.
Quel che conta è che la tua anima, in mezzo a tutto questo nulla,
ci fa la muffa. Si ritrae. Perde luccichio.

È necessario allora smettere di prestare ascolto a narrazioni ed
Iniziare a sentire dentro quel che c’è. A fidarsene. A non vergognarsene.
Decolonizzare le proprie menti abbracciando se stessi.
Santificazione della vita. della gioia.
Abbandonare ogni profilo speculativo, conformista e gregario.

Stare attaccati alla pietra è tornare puliti,
orientando lo spirito verso il vero.
Proteggendo fin da ora quell’embrione di un miglior domani
che c’è già nell’oggi.