giovedì 11 gennaio 2018

Ideologia antiquaria della lotta, frantumi di sè e scissione dal contemporaneo egemone

Fermo.
Come il tempo. Che non passa.
Ma con questa rabbia che monta. Che non mi abbandona.
Poi ad un tratto. Una mattina.
La quiete.
Il dolore scompare.
La rabbia si trasforma in determinazione. In lucido distacco.
Il cielo interiore si sgombra.
E ti ritrovi circondato da affetto.
Amici. Quelli veri.
Quelli che non cagavi da una vita. per una manciata di tiri duri in un migliaio di giri.
Quelli che hai scoperto. Che la vita ti ha recapitato a domicilio. Magia.
E pensi che forse poi non è tutto una merda.
Che la vita ti aspetta.
E ti coccola. Ma solo se hai le palle di farti piccolo piccolo. Ma sul serio.
Di gettare maschera e difese.
Di dire: non so se ce la posso fare. Ho paura cazzo.

C’è gente così povera che ha solo il denaro.
E ci sono arrampicatori così miseri che hanno solo la scalata.
E tu. Merda. Eri così. e così erano le persone che frequentavi. Che credevi amiche,
che credevi compagne. Che credevi innamorate.
E piegavi ad essa ogni tua inclinazione. Rinunciando.
Abdicando.  Trascurando. finendo anche per dimenticare chi eri. E, soprattutto, chi non eri.
Che di 8b è pieno il mondo.
Di amici no.
Ti meriti ogni osso spezzato.
Ogni lacrima versata.
Ogni goccia di sangue persa.
Ogni paura e ogni ansia.
Ogni preghiera.
Ogni minuto passato solo.
Ogni silenzio pesante come granito.
Con il sole fuori.
Di domenica pomeriggio.
A letto.
Con l’anima calpestata e col bacino spezzato. in due punti. E la mano che chissà come tornerà.
Se tornerà.
Persino andare al cesso era una tortura.
Te lo meriti.

Ma ora non devi dimenticare.
Non. Devi. dimenticare.

Lascia perdere la vendetta, l’ego. I tendini.
Il tornare sul grado. Le donne.
Il recupero di flessori ed estensori.
Puttanate.
Puttanate che stavano per ucciderti.
Simulacri d’esistenza per arrampicatori piccoli piccoli.
Senza null’altro. Urla nella notte. Buio dell'esistenza.

Hai riscoperto quanto ami scalare. Amerai sempre questa tortura.
Non puoi non farlo.
ma come può struggersi tanto all’idea di non poter più fare ciò che l’ha ridotta così?
ti chiedeva la dottoressa che ti ha ricostruito la mano.
È stato nel non avere la risposta, la vera risposta.
è che dalla prima volta non mi son più slegato.

Ricordi quel che si diceva in furgone tornando in città la domenica sera?
non capisco come facciano le persone a sprecare le loro domeniche in giro a casaccio…per negozi…
Ebbene.
Stronzate. Tossico di merda.
Sei tu che scappavi ogni weekend.
Sei tu che all’idea di un weekend di pioggia con palestra chiusa sentivi una vertigine.
Non sono i passeggiatori di centricommerciali ma sei tu che
Della libertà hai finito per non sapere più cosa fartene. Disgustoso.
Nascosto dietro un paio di E9.
dove finisce l'arrampicata inizia il tuo baratro.
il potere che tu le hai dato ti si contrappone ora. ostile ed estranea.

Domenica pomeriggio.
Solo.
Senza poter scalare.
Senza poter suonare.
Senza potere neanche muoverti.
Gli adesivi sul furgone fermo da settimane. Supplica identitaria.

E ora?
Parliamo di 7b avvista? Di falesie da visitare?
Dei gradi farlocchi di San Vito? Di quanto è bello scalare al tramonto su roccia arancione?
Non sappiamo neanche se potremo scalare di nuovo…
Siam qui.
Avanti. Dillo.
…è dura eh?

Si chiama verità.

Non ha bisogno di esistere. Essa “è”.
Tanto quanto te. per fortuna.
Magari fra sei mesi tornerai la merda di prima.
O magari no.

Ora senti solo un accenno di leggerezza d’animo. Dopo mesi di dolore.
Di lacrime. Di ingiustizie. Di ferite. Ossa rotte e cuore spezzato.
Ma tutto questo diventerà la tua gioia.
È poesia anche questo.
Dovresti vederti da fuori. Ora.
E' bellissimo.
Proprio perché hai smesso di tentare di essere.
Proprio perchè hai smesso di preoccupartene.

Se mai dovessi tornare a scalare,
ti prego,
tenta di far altrettanto con l’arrampicata.
Che la tua gioia diventi il tuo Grazie.

La pietra esige verità.
La verità esige onestà
L’onestà esige coraggio.
E il coraggio altro non è che amore in circolo.

Ama più che puoi.
Ama quel che puoi.
Che per altro dolore ci sarà sempre tempo.



lunedì 8 gennaio 2018

La misura del bene è voler bene senza misura


1
Adesso si appende.
È evidente. Questione di attimi.
Avrò assistito a questi teatrini un migliaio di volte.
Legnosa e ferma su due bloccaggi.
I piedi buttati a caso senza un minimo di propriocezione.
Tutte le chiacchiere sulla fluidità del movimento con cui
Anche lei si riempie la bocca implodono innanzi al primo stupido boulderino
In cui devi usare due cazzo di spalmetti.
6a+ credo.
E neanche duro.
Ma scali da appena un anno. Ci sta.

Adesso si appende.
E mi domando, mentre recupero pian piano in attesa del fatidico comando,
che cazzo di senso abbia dissertare prolissamente di scarpette, marche,
mescole di gomme e risuolatori quando non si è ancora in grado di caricare due appoggi.
Ma tu non presti ascolto alla tua pancia.
Perché vedi in lei del potenziale.

E poi veder messe così in discussione le tue esperienze verticali. Cazzo. Quasi dieci anni.
Che quel tiro è così, che quel posto invece è colà. Che io non capisco. Che i tiri son belli.
Che sono invidioso e rosicone. Che dovrei fare come fanno gli altri in falesia (solo che i cavalieri del lavoro in questione scalano every fuckin day).
Che quell’8b invece è bello anche se scavato. Che sei troppo severo e competitivo. Che alla fine non sei tanto diverso dal maschio medio italico. Che è avvista anche se ci ha già girato.
Ognuno ha la sua morale, dice, a suffragar la tesi. Ed è proprio per questo che il mondo è una merda, penso.
È l’età mi dico.
Anch’io a 29 anni ero sbruffone, un saccente figlio di puttana convinto di aver capito tutto.
Di me, degli altri, della vita stessa.
Privo di curiosità. Ignorante. Un libro all’anno, se andava di culo.
Erri De Luca chi?
Ma tu non presti ascolto alla tua pancia.
Perché vedi in lei del potenziale.

È che il popolo verticale sa essere davvero sconsolante.
Sotto quell’apparente manto di candida poesia, ilarità, leggerezza, furgoni e droghe leggere,
“quella luce negli occhi”,amanti della natura, osservatori di tramonti,
abbracciatori di alberi, respiratori di albe,camminatori a piedi nudi, bivaccatori sotto vie lattee
si cela della becera sottocultura, invidiosa e competitiva,
che alla prima principiante carina in falesia dà il peggio di sé.
E tu sei là, geloso eh, che però te la ridi. Che sta roba qua l’hai vista accadere un casino di volte.
Che ci sei dentro anche tu.
Perché le dinamiche son sempre le stesse.
Perché è perseverare nell’errore il tratto etologicamente distintivo della nostra specie.
Ma l’esperienza le aprirà gli occhi. Mi dico.
Il destino è galantuomo.
è una principiante. ci sta. quante volte l'hai visto accadere dai.
Le puttanate hanno il fiato corto sulle lunghe distanze.
Siediti sulla riva.
Aspetta.
Il punto è che alla tipa sta roba piace.
Piace un casino. Pericolosamente.
Non hai buone sensazioni.
Ma tu non presti ascolto alla tua pancia.
Perché vedi in lei del potenziale.



2
Allora. Tu il passo più o meno lo ricordi.
La sfiga è che affianco c’è un 6b farlocco. Quindi il climber medio, tontolone
E confuso, si convince, aprioristicamente, analiticamente freddo e  aritmetico,
che questo 6a+ sarà Per forza una stronzata.
Non scali su sta roba da anni, ma accompagni sempre molto volentieri
Amici a provar e a cimentarsi con l’arrampicata di difficoltà.
Ognuno  con il suo massimale da piegare. Per te questa è poesia.
In un certo senso far sicura ti piace quanto arrampicare.
Ti senti onorato della fiducia dell’altro. È qui che germoglia la magia.
Hai voluto bene ad ogni tuo compagno di cordata.
Ricordi che lì la faccenda può esser complicata se non sai ancora scalare bene.
E se perdippiù il tuo imprinting è la plastica.
La tipa questo è. Avrebbe talento da vendere. È l’ego che la fotte. E la fretta poi complica il resto.
Ma lo hai visto accadere un sacco di volte. Forse anche tu eri così. forse lo sei ancora.

Non sai che fare.
Glielo flasheresti in tempo zero
Quel passo di merda.
Ma lei non vuole.
Si appende.
Silenzio.
Riprova.
Silenzio.
Si riappende.
Fa caldo. Le scarpe  fanno male (Già al primo tiro? già al terzo spit?)
Riprova.
Bestemmia, la principessa contemplatrice di panorami.
Si riappende.
Bestemmia, la lacrimatrice innanzi a tramonti
Si incazza.

adoro quando le maschere vengono giù.

Il giorno prima un’altra principiante aveva passeggiato il tiro.
Fisicamente più dotata. Tutto qui. Ed era stata indubbiamente brava. Negarlo sarebbe mentire.
Orbene (ferma naturalmente la premessa che a lei di chiudere i tiri
Non le frega un cazzo, che di queste dinamiche non le frega un cazzo ecc. ecc.
Insomma, tutte le solite stronzate ipocrite da falesista che da anni incombono sulla tua lucidità)
Scesa dal tiro purtroppo anche lei, come d’altronde l’intero piattume che c’è in giro, commette lo stesso errore: allontanarsi dalla verità. Negarla. Deresponsabilizzarsi.

-         Si ma M il tiro lo aveva già provato
-         Beh, anche tu ieri no?
-         Si, ma lei aveva il tipo forte che le spiegava tutto! Così è facile! E poi dillo! Vuoi solo innervosirmi. Lo fai apposta.

Le diresti che è bellissima. Che le vuoi un bene che non ricordavi più di poter avere dentro, che quando ti guarda e sorride tu non capisci più un cazzo, che il tiro non lo ha chiuso perché, banalmente, non sa scalare ancora. Che non c’è nulla di male. Che potremmo riderci su. Che non è successo nulla. Che di una come lei avresti potuto anche innamorartene. Ma desisti. Qualcosa si è rotto dentro. Non la riconosci. O meglio. La (ri)conosci solo ora. Solo adesso che hai deciso di sparecchiare dal tuo cervello il potenziale e guardare a occhio nudo la verità.
E la verità è che la tipa ha ragione.
sei un idiota. E ti meriti tutto questo. Te lo meriti tutto.
Perché lo sapevi.
Lo avevi sentito subito nella pancia.
E perché, as usual, non hai avuto le palle per allontanartene.
Perché il tuo ego vuole una grattatina sulla testolina e sbava e scondinzola innanzi al primo feedback progestinico.
Te lo meriti.
Si.
Sei uno Sfigato.
La tipa ci ha preso in pieno.
Boom.
Affondato.



3

Questo era diventato.
Pensare per due, scalare per due, recuperare rinvii per due
Parlare per due, far fatica per due. Spiegare per due.
Iniziare a trascurare il lavoro, gli amici, il tuo stesso equilibrio.
Trascurare il tuo stesso arrampicare. Un 8a farlocco in un’intera stagione. Mi pare un po’ poco.
Ma tu non presti ascolto alla tua pancia.
Perché vedi in lei del potenziale

L’elicottero passa su di noi per la terza volta.
Ci hanno visto. Ci fanno segno.
I medici, con l’aiuto dei vigili e qualcuno del soccorso vengono su dal sentiero.
alcuni li conosci anche di vista. animale social fluo da falesia la domenica pomeriggio
a scalare fluido tiri che conosci a memoria. Passettini e bilanciamenti. MetodoCaruso un cazzo.
Sono paonazzi e hanno il fiatone.
2 ore fa l’avvicinamento l’avevo fatto correndo. Con lo zaino.
Ti caghi sotto. Hai paura. Ti mitragli di domande.

Ti dicono di non muovere il collo. Ti chiedono se muovi le gambe, se senti formicolii.
Tutti check che avevi già sbrigato non appena precipitato a terra.
Mentre dicevi a lei, spaventatissima, di star calma.
Mentre ti cagavi sotto al terrore dell’abbandono. Di perderla.
Lo sentivi già nell’aria, nella pancia: lei ti avrebbe abbandonato.
Perché te lo meriti. Perché sei un cazzone.
Perché sei completamente incastrato nella tua ansia. Fermenti nelle tue paure.
Perché infondo i climbers son così. lo hai sempre saputo.
Ingordi. Egoici. Obnubilati da ciò che è più conveniente. Che è più facile.
Altro che i pippotti in furgone su Terzani o la decrescita felice. Sul post rock e sul cinema francese.
La tipa era già pronta con l'upgrade. Altro che sarò al tuo fianco.
8a second go. Suo istruttore di arrampicata. Pantaloni E9. Cane. Tempo libero a disposizione.
Aka la banalità del male. E l’avevi capito subito, sin dall'inizio. sfigato. e non hai fatto nulla.
E tu ora a letto come uno stronzo. Solo. Te lo meriti.
A domandarti il perché di un’improvvisa assenza.
Sfigato. Doppiamente.

Son convinto che diventerà fortissima. Perché ha fame.
Quella brutta però.
Si troverà a suo agio nel nostro mondo.
Farà strada.
Ma il punto è: in quale direzione?
Tu lo sapevi cazzo.
Ma hai fatto finta di nulla.

Perché vedevi del potenziale.

Esser principianti è un qualcosa di cui andar fieri, è purezza. Uno sguardo ancora ammantato di candore.
Un sorriso che illumina. Un abbraccio che rende quieta anche una condanna.
Ma tutto questo, giorno per giorno, scompariva.
E come con tutti i campi fertili bisogna stare attenti a quel che si semina.
E i miei germogli non attecchivano. Zero.
Attecchiva altro.
Andare in falesie mainstream. Per poi dire di esser stati lì.
Appendersi sui 7a e poi far  i forti con i compagni di corso. Competizione.
Bramare questa roba qua. Presto si loggherà su 8a.nu. mi ci gioco le palle.
Ma questa non è la tua arrampicata.
Tutto ciò da cui hai sempre cercato di stare alla larga te lo sei ritrovato dall’altro capo della corda.
o era già lì?
Nell’ultimo periodo non riconoscevi neanche più te stesso. Abbruttito e adombrato.
Invidioso e negativo. Non più tu. Lì a guardar gli altri. Ad averne paura.
Smarrito. Non più tu. Né in falesia né nella vita.
Non più tu. Senza lucidità.
Perché con quella maschera appiccicata addosso hai finito per fingere pure con te stesso.
…a veder morire i tuoi sorrisi migliori.
Per della puerile approvazione.
La paura. sempre lei.
Tanto da lasciare che venisse  insudiciato il tuo stesso arrampicare.

Ma c’era del potenziale.

Peccato.
Saremmo stati una cazzo di super cordata in montagna.
Ma infondo vivere è anche questo.
Smettere di annaspare emotivamente nella fanghiglia del ciò che potrebbe essere.
E iniziare finalmente a respirare a pieni polmoni il ciò che è. E basta.
Immolando ad esso la tua vita.
No aspettative. No proiezioni.
Di troppo potenziale un cervello si ammala.
E tu non eri più lucido. Da un po’. Stavi precipitando da mesi. Altro che dieci metri.
Ragioni del cuore un cazzo. Senza un cervello che spinge, il cuore da solo pompa a vuoto.
E spreca tempo, spreca amore, spreca possibilità di felice esistere. Spreca battiti.
E quella felicità – soprattutto adesso,  abbandonato su questo letto senza neanche un cazzo di come stai? come l’ultimo degli stronzi, perchè non servi più, nè a lei nè a nessun altro - te la devi andare a riprendere. Con la rabbia. E con la dolcezza.
Che senti che sta tornando in te.
Che seppur con le ossa spaccate, ora sei tu. “ti senti”. Di nuovo. E ancora.
Qualsiasi cosa accada. A qualunque costo.
Perché scalare a modo tuo è ciò che di più vicino hai alla verità. Alla felicità autentica.
Perché è solo un cazzo di pezzo di pietra. Ok.
Ma lì io ci vedo tutto. Tutto quel che conta davvero.
La sospensione intellettuale del gioire. L’ansia che si placa.
Un’esplosione di me.

E la vita alla fine finisce per dipanarsi fra questi sconvolgimenti.
Fra un mostrarsi dietro una maschera tirata giù
E il districarsi fra un’altra che adesso io ho su.
E Resistere. Fino alla fine delle forze, delle lacrime. E oltre.
Che ora c’è solo della rabbia. Per tutto questo vuoto venuto a galla.
Verso di me.
Verso di noi. E verso voi due.
Per quanto son stato stupido e testardo.
Per quanto son stato irresponsabile.
Per quanto son stato sciocco e idealista.

Tanto da mettere in pericolo la mia stessa vita.

Tudo vale a pena
Quando a alma
N è pequena.
(Il profeta dell’inquietudine)



martedì 7 novembre 2017

venerdì 16 giugno 2017

Semplici possibilità di non agire.

 

Sono qui. Da Te. ancora una volta con il mio carico di richieste.
Metto sul piatto il mio impegno. La mia voglia di tornare a galla.
Di tornare ad orientarmi. A capire. Consapevolezza.
Son tornato. E ho paura. Stavolta mi sto aggrappando a te. alle sensazioni che riesci a darmi.
Di pulizia interiore. Di mani che sudano.
Cerco sempre quello. Gioia. Ispirazione. Lucidità.
Riconnessione alla natura. E quindi riconnessione a me. La danza.
Spirito pieno ed eleganza motoria. Perché questo vuoi.
Raffinatezza, gusto, garbo. Grazia.
Perché questo è quello che poi mi dai.
E ora devo nutrirmi di tutto questo.
Patetico e arido come sono.

Ma stavolta è diverso amica mia.
Stavolta ho una paura fottuta.
Perché la vita è li a ricordarti chi sei.
E soprattutto chi NON sei.
E non puoi star senza pensare.
A meno che io non stia scalando.
E allora eccomi qui.
Che mi lego.
Infilo le booster.
stacco il secondo piede da terra.
Parto. e divento tua docile preda.
E arcuo. E urlo. E non mi frega un cazzo di quel che può sembrare.
Perché queste lacrime le ho strozzate in gola e le stringo a me. E le proteggo.
A ricordarmi che son vivo. Alle volte solo la rabbia ti tiene in piedi.
tiene incollati i brandelli di te.
Un graffio sulla vita.
E me lo prendo. E sto zitto.
E scalo duro.

Perché voglio ripartire da Te. da quel che siamo stati per così tanto tempo.
E che ho paura di aver sparpagliato qua e là.
Fra le chiacchiere e gli errori.
Fra le maschere e le aspettative.
Fra le solitudini e i rapporti ovattati.
In un equilibrio sgraziato fra necessità e timori.
Tra il dare fiducia e il naufragare nel pericolo.

Tutta roba da cui mi tenevi alla larga cazzo.

Ieri ti ho sentita urlarmi in faccia che ci sei. Che non devo arrendermi.
Che hai ancora tanto da darmi.
Che anche fra le pieghe di questa meraviglia di 8a+, durissimo e spittato cattivo,
puoi tornare a prenderti cura della mia anima?
Tornare a proteggermi.
Dai miei errori.
Dalle mie voracità.
Dal mio illudermi di esser quel che non sono.
Di vivere vite che non si possono avere.

La mia penitenza sarà di pietra.

Stavolta però ho paura. Tanta. Perché son ghisatissimo.
Sono a vista.
Un altro boulder. Secco. Netto. Cattivo.
Di tacche.
Senza fronzoli o trucchetti di piedi.
Qui, il massimale, o ce l’hai o ti appendi.
Pochi cazzi.

Ripartirò dalla fatica. Dal sudore. Ma rimarrò aggrappato a Te.
Perché sei vera. Almeno tu.
Come un cazzotto in faccia.
Stare alla larga da tutto il resto. Tornare a sacrificarmi. Per te. Per me.
Perché affinchè tu dia ancora i tuoi doni, io sul piatto devo metterci tutto.
Comprese le mie maschere. Le mie paure.
Il mio dolore quotidiano.
Di un padre finito chissa dove. Ma che ancora ama con gli occhi.
Di un lavoro che allontana. E isola. Sempre di più.
Di inganni.
Di altro dolore. 
Che si poteva evitare cazzo.
Ma ora siam qui.
E me lo prendo. E sto zitto.
E scalo duro.

credo sul serio che il frutto della pace
sia appeso all’albero dei silenzi.
Che il fiore di una rinnovata serenità
Germoglierà da tutto questo dolore.

È tempo di non nascondersi. Solo immolandomi a quest’onda grigia.
Di tacche, rabbia e passi duri, potrò tornare a prendermi per mano.
A prendermi cura di me.
Delle mie verità.
E delle mie piccole gioie. Quelle poche che posso difendere.

Che vivere aggrappati
è ancora vivere.
molto di più di quel che credevo.
Grazie
                                                                 ancora Tuo, r.


lunedì 12 giugno 2017

Panorami di sè




Non è tanto il tiro in sé.
O l’averlo fatto in pochi giri.
Chiaro, c’entra il grado.
Ma quel che conta sul serio è essersi riconosciuti.
In quei pezzi di te. Che credevi disseminati in bilico fra i dubbi e le paure.
Che rimangono lì sottopelle. Ad affaticare.
A far di tutto per sgonfiare l’entusiasmo.
La fiducia nella stessa gioia che ti capita. E che infondo, sotto sotto, sai di meritare.
A vedere “alta probabilità” di dolore in tutto. Anche nella magia di uno sguardo che stende.
Tanto è primordiale. Da andare a toccarti lì, dove nascosto, provi a vivere davvero.
A non fidarti.
Ad aver conficcato dentro questo buio.
Ti caghi sotto.
Altro che luce negli occhi.
Tu semini immondizia.

Ma ieri però hai agganciato di nuovo l’essenza.
L’impalcatura su cui vuoi (ri)costruire il tuo esistere.
Esserti sentito nuovamente. Ed esserti sentito in parte nuovo.
Più completo. Su un percorso. E questo percorso è (in) te.
Che la gioia che si prova è profonda. E intensa.
Quando è condivisa.
Quando è pulita.

È rotonda.
Come un sorriso.
Come un abbraccio.
Non c’è possibilità di top rope nella vita. quella vera.
Quella che ti fa palpitare.
Risolutezza ad abbandonarsi. Oltre le protezioni.
Run out esistenziali. Vivere – e scalare – come viene
Senza protezioni, ma con fiducia nei propri istinti. l’ultima cosa a ricordarci di esser vivi.
Vivere – e scalare – senza la preoccupazione di quel che sembra.
Di chi osserva. In equilibrio sui giudizi, spingendo una tacca alla volta, un po’ più giù,
le paure che rendono statica la progressione, a scatti, preda di esitazioni, tastare una presa, tornar giù. Tastarla nuovamente. Spostare il piede. Poi rinunciare al movimento. Ad osare.
Rinunciare a fidarsi.
Dimenticandosi, una volta di più, che scalare – e vivere – sono prospettive.
Messe a fuoco sui propri destini più intimi. Che possono germogliare.
Farsi bloccare. E rimanere lì, appeso alle inquietudini.
Al rammarico.

Stavolta però è diverso.
Stavolta è di più.
Corde in catena, tallonate. Incastri.
Poserate. Necessarie, beninteso.
Tre blocchi sul 6B/C a spezzare il ritmo e il fiato su un tiro intorno al 7b in marcato strapiombo.
Un capolavoro. Tutto naturale.
Aver scalato solido.
Di testa e di tensione corporea.
Una tavola.
Respirare forte. Scalare veloce.
Preciso.
Nel silenzio.

Stavolta è di più.
La gioia, quando condivisa, esplode.
Colora, ammanta i ricordi. Intere giornate. Un soffice velo di pulizia e semplicità.
Che è esattamente tutto quello che desideravi.
Che ti ha fatto amare la pietra dal primo momento.
In un modo che mai avresti creduto possibile.
E ieri te ne sei ricordato.
Perché è veduta su una possibile esistenza.
Un panorama di possibili te stesso.

Non sai cosa accadrà né cosa ne sarà di tutto questo.
Ma ti sei riconosciuto. Al di la delle definizioni, dei giudizi,
delle paure e dei passi indietro.
Che indietro, poi, non erano affatto.
Perché hai fatto fatica a tirartene fuori.
Da certe dinamiche. Da tanta sterilità. Da tanta monotonia.
Hai difeso l’anima della tua arrampicata.
Le hai fatto scudo col cuore. Con la carne.
Col dolore. Con i silenzi.

Con la paura di rimaner solo.
E avevi ragione tu.
Perché la ami talmente tanto da tenerla stretta a te, e vedertela macchiare così, ogni fottuto weekend, senza rispetto, con troppa furbizia, troppa avidità, scarso interesse all’altro, all’ascolto,
al desiderio di stare assieme, alla fine aveva finito per rompere qualcosa in te.
Perché quello non è scalare. Quella è solo un’altra abitudine. Destinata ad appassire.
Che un fiore lasciato morire puzza più della merda.
Uno dei tanti naufraghi nella palude delle esitazioni.
In cui nuotano solo pesci morti.

Noi, dentro, abbiamo la musica.
E quando entra in risonanza con il tutto diventa nettare di vita.
Perché fra i boschi. Fra i massi. Nella sensazione di esser solo.
Negli allenamenti al freddo. Da solo.
Nei libri. Nelle passeggiate. Da solo.
Nei sacrifici. Nei silenzi.
Nella lotta.
Nei dubbi.
Perché persino quando era tutto troppo affievolito per rimanerci aggrappato,
tu amavi. E hai continuato a farlo.
E non hai mai smesso.
E avevi ragione tu.

E ieri
quel qualcosa
te lo sei andato a riprendere.

Perché per te, il momento in cui sorridi,e sospiri di quiete,
con lo spirito completamente pieno. E  completamente vuoto.
Incastonato nel tempo della calata.
È tutto quel che conta.
È la verità. La prova che lei esiste. La prova che anche tu esisti. Che ne sei ancora in grado.
È la solennità di un momento. Del suo candore.
È sfiorare il divino e tornare a galla. Andare sul tiro entrando nel profondo di te.
Prendere a calci l'anima se necessario.
Allontanandosi dai rituali di un’esistenza ancora troppo intrappolata dentro te.
ma che sta montando, forte, lo senti. Che spezzarà le inibizioni.

Perché è nell’attesa il peso specifico della gioia.
Perché l’unica condanna che ci può redimere
È esser prigionieri del presente.




mercoledì 24 maggio 2017

Responsabilità etica e comprensione a posteriori


Ci risiamo. Gli stessi errori.
Perché sei drammaticamente normale.
E non l’ometto tutto speciale della mamma.
Oggettivazione dell’Io e ideali di riferimento.
Una corsa autoreferenziale senza direzioni. Ciclica.
Quindi senza orizzonti.

L’arrampicata è totalizzante. E in un certo senso è bello che sia così.
È la tua difesa. L’info point su te stesso.
Finchè ti da ordine, lucidità.
Autodisciplina.
Esserci diventa poter essere.
Senza mappe o tabelle ma ben incastonato in un nuovo territorio concettuale.
Scongiurando adattamenti e diluendo il proprio presente nel già futuro.

Lavorato veloce, a vista, qualche progetto.
Tanti blocchi.
Viaggiare il più possibile.
È quando senti che fermenti che non va più bene.
Quando senti puzza di stantìo.
Dei medesimi errori. Delle stesse frustrazioni che ti hanno portato a starne
alla larga. Da certi ambienti. Dalle loro condanne.
Ma stavolta sei tu quello immobile.

Eri a posto. Eri pronto.
Avevi riniziato con pulizia.
Cosa cazzo è successo?
Hai anche alzato il livello.
Cosa cazzo è successo?

In realtà lo sai già.
Ma non vuoi dirtelo.
Non hai le palle.
Non solo a saltare le rinviate.
A lanciare ad una tacca.
A sgradare un tiro.
A dire la verità.
A defatalizzare. A mostrare l’esistente diverso da come è.
Essere “rivoluzionario”.
E invece, ossequiosamente, sei in coda anche tu.
Incapace di autodeterminazione. Salvo poi pontificare.
O lamentartene. Che è peggio.

È proprio quando incespichi nel vivere che l’esistenza
Ti riserva delle belle sicure statiche da spremuta di palle e caviglie esplose.
Perché ti distrai.
In realtà lo sai già.
Ma non vuoi dirtelo.
E, a peggiorare le cose, sei troppo severo.
E ti cachi sotto.
Questa determinazione aprioristica diventerà la tua condanna.

La verità non è tanto che delle tue insicurezze tu faccia cattivo uso.
Non c’è nulla di male nell’esser deboli. Nell’esser autenticamente fragili.
Nell’esser meno di quel che si credeva.
Ci reputiamo meglio di quel che siamo. Da sempre.
Aridi di slanci.
Sterili di stupori.
Restii all’iniziativa. Di maggior comprensione. Di elevazione intellettuale.
Inerzia e accidia. Vanità e superbia.
Combo letale.

La verità è che non può definirti l’arrampicata.
È un vicolo cieco. Non se ne esce. E poi non basta mai.
Perché c’è la vanità, il grado, i mezzi gradi, i timori, le delusioni. Il testosterone.
Così come non può farlo il lavoro, il ruolo sociale, il tenore reddituale.

Una persona è definita da come assapora la vita, il suo dipanarsi fra i respiri.
Da come ride. Da come piange.
Se riesce a parlare con i bambini. Con gli anziani.
Con i genitori. Senza sottintesi.
Se riesce a non dover sedurre a tutti i costi.
Se si scopre a sorridere, da solo. E senza motivo.
Solo per gratitudine di un particolare momento. Che passa, accarezza l’anima, e scivola via.
Senza desiderio di possesso.
Se riesci a lasciar andar via un amico. Una donna. Una speranza.
Senza recriminare. Senza rimpianto.
Senza troppa rigidità verso te stesso.
Se riesci a far l’amore come viene.
Se della gioia conservi il calore, e non la distanza.
Se davanti ad un bosco che si distende al tramonto
sei ancora capace di vibrare. Alle soglie della commozione.
Che davanti a della roccia arancione vibri ancora.
Con gioiosa impazienza.
Senza desiderio.
Solo amore.

Perché questa è la verità razza di idiota:
senza amore la volontà, da sola, non basta.

Spogliarsi del superfluo.
Persino del lavoro se necessario. Delle sue scorie
Nichiliste e ciniche. Pragmatismo un cazzo, qui si parla
Del significato stesso di felicità. E quindi di vita.
Accettare tutto. Ma davvero tutto. Qualunque cosa accada.
Come forma d’amore antica e primordiale.
Religiosità vera. Poiché dinamica. Poiché concreta.
Poiché lontana da templi e mercanti.
Poiché naturale. E in quanto tale atto autentico di dissenso
All’impronta collettiva di consumo  e produzione.
Ai naufragi di questa epoca.
Di decadimento di valori.

E cosa accadrebbe se ti infortunassi?
Ma sul serio.
Non una puleggia o un tendine ogni anno e mezzo.
Se non potessi più? Se fossi costretto ad allontanartene?
A tornare te. a smarrirti dove dovresti realizzarti.

Sei alla deriva.
Come gran parte della gente là fuori.
Cosa credevi?
Che in una elegante fluidità su roccia ci fossero delle risposte alle tue domande.
Alle tue ansie. Ai tuoi incubi.
Quella è solo la forma di gioia per te più indovinata.
Ed è già abbastanza.
Per cui rimanici aggrappato per l’amor di Dio.
E non muoverti.
Non ora.
Non fare altro perché non sei pronto per altro.
Non hai il grado.
Altro che condizioni.
Qua è un casino.
Sta fermo. Qui si parla di massimale puro alla vita
E assenza di protezioni in caso di caduta.

Non esistono trazioni per la lucidità.
Esiste solo la rinuncia alle volgarità.
Che alcuni boulder della vita sono di potenza.
Ma molti altri sono di puro equilibrio. Come su granito.
E infondo sono i più belli. 7A expo con passo in alto.
E bisogna respirare. Star calmi. Aver fiducia.
Nelle sensazioni. Nelle proprie risoluzioni. Nell’idea stessa di se.
Dosando pressioni e spostamenti.
Sfiorare la verità e tornare alla stasi.
Sbuffar via le paure.
Buttar su i piedi e saltare sopra a questa nuova opportunità.
Di comprensione.
Di consapevolezza.
Di sacrificio e incontro con il sublime.

Di Esserci come territorio di poter essere.