lunedì 13 febbraio 2017

Abitudine a tutto e alleati di regime




Starne fuori per un po’.
Ti ha donato occhi nuovi. 
Oppure un taglio più ampio allo sguardo. Una nuova messa a fuoco.
Molto più probabilmente ha rimosso quella zanzariera di balle su questo baratro umano.
Tic, nevrosi, invidie, scuse. E poi ancora scuse e scuse e ancora scuse. Ogni volta. Ogni volta le stesse.
Quel che ne è rimasto. Al netto di questa trebbiatura etica è il germoglio.
L’amore per la pietra.
Che non ti abbandonerà mai.
Perché si, mi interessa chiudere tiri duri.
Ma mi interessa ancor di più scalare per sempre.

E poi noi, della libertà, infondo cosa ne facciamo?
E dell’onestà?
Quanto è dura, in termini di ripercussioni individualiste, la rielaborazione razionale di un evento puramente imparziale? ammesso che sia possibile.
Assaporarne lo strascico emotivo. Proiettarlo in orizzontale.
Affinchè nel nostro quotidiano scivolare sulle cose importanti noi si possa modifcare – una molecola alla volta - la struttura collosa e maleodorante di questa società inerte. Un embrione di azione risorgimentale. A partire dal nostro cervello. Dal nostro metro quadro di onestà.
Se ne siamo in grado.

Ma non lo siamo.
E non lo saremo a lungo.
Basta prestare bene attenzione alle palle che ogni weekend ci raccontiamo appesi ai tiri.
Ricordi quel che ci si diceva agli inizi no?
Che bello arrampicare.
Non ci son scuse, né conflitti. Solo verità.
Nessuno può cagare il cazzo se era fuorigioco o no.
O passi
O non passi.
Poche stronzate.

E invece no.
Cosa si è innestato su queste capisaldi?
La verità è che si finisce per far l’abitudine a tutto. Anche alla desolazione.

Mai tanta competizione in uno sport così individuale.
Mai tante scuse in un'attività tanto cristallina.
Mai tante giustificazioni innanzi a tanto nulla.

Esser liberi e a continuo contatto con se stessi
Implica responsabilità.
E delle palle di ghisa.
Guardare il sole ad occhio nudo è dura.
Così accade con le nostre derive egoiche innanzi alla verità. Che L’arrampicata ti sputa in faccia.
Senza attenuanti. E dunque nell’unico modo possibile.


Da quando tutto ciò non è più una ricchezza?
Un’opportunità di comprensione?
Da quando è diventata  un pericolo dal quale difendersi?

Cazzo.
Tu non sei un oggetto senza volontà. Un elemento in balia delle circostanze.
Il tuo ambiente culturale non ti giustifica.
Al massimo “ti spiega”.
L’uomo – chissà perché – se collocato in un gruppo alla fine tende ad uniformarsi alle dinamiche in esso dominanti.
E allora che fare?
Il superamento definitivo delle contraddizioni. Allenarsi. Magari iniziando proprio dal tuo arrampicare.
Una piccola porticina su una vastità di meglio esistere.
Questo atto di superema civiltà, di vera nobiltà, passa attraverso un lento e paziente lavoro quotidiano
Di riforma intellettuale e morale. Tesa unicamente a creare un uomo nuovo. Più forte. Più resistente.


Più Resistenza e più intransigenza.
Rinuncia all’adattamento.
Mai tanto necessari come in quest’epoca.
La cultura narra di questi tempi attuali come realtà egemonica.
Ma lo fa da prospettive che puzzano di privilegio.

Ognuno di noi. Un passo alla volta. Grazie all’arrampicare.
Una moltitudine, atomo per atomo, che si sottrae alla passività.
Non solo e non tanto fisica e/o intellettuale.
Ma della stessa volontà. In tutte le sue declinazioni.
Di tollerare.
O di non tollerare più.
Le menzogne prima di tutto.
I raggiri, lo scintillante luccichio di sterili abitudini urbane sottoprodotto di un’erosione di valori.
Il consumismo ha finito per consumarci.

E allora allenarsi giù duro.
Scalare fino a finire le forze, fino a finire la pelle, fino a finire le ore.
Perché solo il sacrificio più primitivo e antichissimo consente l’incontro con se stessi.

Perché bisogna esaurirsi completamente per rifiorire in un nuovo io.
Più Resistente.
Più Onesto.
Che i veri sostenitori dei regimi sono i deboli.


martedì 10 gennaio 2017

White list, alienazione e verità soprasensibili


-         È dura?
-       Ma no... è una cazzata sono io che non mi tengo. Ti dico... il gomito... poi ste scarpe nuove mi fanno stramale.
-         Ma se non passo poi ci fai un altro giro?

Tirare davvero al limite. Senza preoccuparsi di ciò che sembra. Di ciò che sembri. Senza sbirciare in giro ad ogni resting. Senza far finta di fermarti a spazzolare le tacche. Perché il boulder del tiro te lo ricordi. Lo sanno tutti. L’anno scorso c’hai passato una stagione appeso a quel singolo. Che viene. Ma non in continuità.

Il bello è che tu credi che sia un problema di resistenza.
Perché guardi il dito. As usual.
Il problema è il ritmo. La scioltezza. La respirazione.
E il massimale puro.
Resistenza non significa niente.
Resistenza significa solo che il grado è farlocco.

Comunque: pace un cazzo.
‘Sti due idioti sono riusciti a piazzare il casino di una comitiva in gita.
Hanno bollinato due tiri (ma in fondo non è che ti freghi molto. Fa solo figo dirlo. Come quando eran tutti antiberlusconiani ma il nano prendeva il 40% nel segreto delle urne. E nel segreto del becero interesse particolaristico del singolo elettore); urlano appesi al terzo spit; occupano il riscaldo. Hanno seminato robaccia in giro. Scarpette da 130 euro, vestiti, cibo, magnesite.

Eppure potenziale c’è. Lo sai. Li vedi in palestra spalancare schiene nude a favor di sguardi progestinici su ergonomiche zanche avvitate in tetto su un baratro di soffici materassi blu.
Quasi fosse mare.
Come in sardegna.
Come la prima volta che hai fatto DWS. E hai capito un sacco di cose.
Che ami ancora scalare. Che ami ancora stare sulla pietra. Che è tutto ciò che ti serve per esser contento.

E ora? Ora Sei ancora contento o è solo abitudine?

Ami troppo scalare
Ti rende soddisfatto.
Di più. Ti rende pulito.
Emotivamente incline alla purezza. Quella che si trova nelle cose semplici.
E nei grandi sforzi.

Assaporare letteralmente i momenti. Di comunione.
Con un tramonto, con il compagno, con un movimento.
La pietra.
Possibile che un elemento apparentemente inerte ti spinga così tanto incontro a quella parte di te che, non sai come sia possibile, ti manca.
Anche se l’hai conosciuta poco. Anche se ad oggi hai ancor troppo scarsa dimestichezza con l’onestà.

Ma tu ami questa roba qua.
È perché la ami che hai dovuto separartene.
Ma ne sei dovuto stare alla larga.
Non tanto da lei. Ma dal tessuto umano che ne era satellite.

Tu credevi che migliorare nel gesto fosse direttamente proporzionale alla consapevolezza di un amore.
Invece no.
Ti sei smarrito. Ci sta.
I labirinti son pieni di vicoli ciechi.
Così come le sequenze tentate a vista.

Ci sta. Datti tregua, assolviti.
Non è colpa tua, né degli altri.
È che questa vita è un casino e gronda disperazione e cupidigia.
E solitudine. Non c’è mai stata tanta solitudine come in quest’epoca di condivisione tecnologicamente assistita.

Non so se tu sei diverso dagli altri.
Ma so che sta roba qua tu la adori.
Perchè ti rende più che felice.
Ti rende soddisfatto.
E oggi come oggi trovami in giro qualcuno che possa dirsi tale.
(anche in arrampicata)

Tu quando scali palpiti, vibri.
E non c’è nulla che sia paragonabile a questo territorio di consapevolezza.
Di assenza di pensiero.
Di assenza di rumore. Senza scorie e senza pericoli.
Quelli veri. Quelli che ti inquinano dentro.

Ma come tutti luoghi sacri va difeso.
Vanno buttati fuori i mercanti dal tempio.
La gentaglia. I mistificatori.
A loro deve essere sottratta la tua meraviglia.
Perché te la macchiano. E tu devi difenderla. Devi difenderti.
Se ambisci alla gioia. Quella semplice.
Quella bella.

È difficile combattere.
Ma arrendersi, alla lunga, lo è di più.
Perdere nella scalata è seccante. Insopportabile alle volte.
Davanti a tutti peraltro.
Ma perdere la scalata è vera sconfitta. È solitudine.
Quella più profonda. Allontanamento da se stessi.

Si ok. Il grado. Migliorare. Essere forte.
Chiaro. Chi vuoi prendere per il culo?
Interessa a tutti.
Ma qui occorre ripartire dalle basi.
Dalla voglia di legarsi una corda in vita e stare in mezzo alla pietra.
Senza un senso. Senza un profitto.
Ma con l’ottica di un reale guadagno. 
In termini concreti, beninteso: lucido assaporare la semplicità, comprendendo che tutto quel che ci serve per esser felici lo possediamo già.

Quel che manca è la volontà di mutare il nostro sguardo.
La nostra messa a fuoco.
Le priorità.
Perché ti bombardano, stuprandoti intellettualmente, che quella visione del mondo è l’unica possibile. Che è da folli cambiar prospettive.

E allora, come al solito, non resta da fare che l’unica cosa sensata:
disobbedire.
A queste logiche. A questi imperativi di un’epoca.
A queste false identità.

Noi siamo quel che amiamo.












mercoledì 16 novembre 2016

Odore del napalm al mattino




"Ritengo, e in questo caso penso soprattutto all’Italia, che gli intellettuali siano più responsabili dei politici. Perché per il politico la menzogna, le mezze verità, l’ambiguità sono uno strumento del mestiere visto che, in democrazia, il suo primo obbiettivo è procacciarsi il consenso. 
L’intellettuale invece è libero di dire ciò che pensa. 
E quindi se si fa servo è doppiamente colpevole".

Massimo Fini





martedì 8 novembre 2016

Ti credevi incompleto ed invece eri solo un climber






Avevi investito tutto nella scalata.
Quasi fossi un pro.
Eppure neanche un misero sponsor per vestiti o scarpe. 
Una smozzicata citazione su Pareti. Niente
Qualche via dura.
Ma il livello è 8c in giornata. Fattene una ragione.
Che eco vuoi che abbia il tuo 8b/+?
Superlavorato. Di fisico e di testa. Nella falesia di casa.
Mettendo a rischio tutto. Anche i sentimenti. L’equilibrio.
L’intero assetto esistenziale. Trascurando il lavoro. Portando tutto al limite.
Soprattutto la pazienza altrui.

Non dicevi in giro di scalare solo per te? Per le emozioni che ti da?
Eccoci qui allora.
Facci vedere se è vero.

Sei una brutta persona.
Come tutti. Bisogna avere la palle di dirselo. In un certo senso esser forti alro non è che gestire queste bassezze culturali. Che albergano in ognuno di noi.
Non lasciarle sedimentare. Né fermentare. Tenerle li, sott’occhio. Vicine all’uscita. Pronte a un calcio in culo.

È solo però che non vanno via.
Perché sono parte di te. Indissolubilmente. Monoliticamente. E te le porti appresso.
Come un sovraccarico. E come un sovraccarico potrebbero – se ben usate – diventare il miglior training per un rinnovato esistere.
Perché vi è qualcosa di ciclico nel ripercorrere gli stessi errori.
Lo diceva Marx. Gli eventi accadono due volte. La prima nella loro genuinità. La seconda come farsa. Grotteschi. Occorer solo rendersene conto nell’imediatezza.
Ok. Sbagliare.
Ma sempre di meno. E sbagliare sempre meglio.
Perché non può esistere un Io autentico senza un conflitto. Senza una maledizione.
Diversamente si tenderebbe al gelo. Al rallentare al massimo esser parte di una storia.

La coscienza del desiderio.
Consapevolezza di essere vittima di questo sviluppo che non contempla il qualitativo.
Esserci.
Ed esserne consapevole.

Siamo estensione della società e ne siamo il ritratto fedele.
Queste dinamiche sciocche da falesia.
È così. Non negarlo.
È così. Sei così. Lo siamo tutti.

Che grado è il tiro che prova il tipo? E' liscio?
Il tizio sale, e non si appende. E tu rimani lì come uno stronzo. Con i tuoi miliardi di tentativi in sottinteso lì a complicare la messa fuoco; di lui. Di te
Appeso alla sua arrampicata. E al tuo desiderio incoffessabile, ma ingombrante.
Perché quel tiro lo hai fatto, ok, ma non così.
Sei lì. Paralizzato dal tuo stesso orrido interiore.

Sperare che il tizio, chiunque esso sia 
Si appenda.

Forza per Dìo, abbi il coraggio di riconoscerlo.
Non è vero che non te ne frega un cazzo. Non è vero che non lo hai mai pensato.
Tu sei orribile quanto me. Quanto tutti.
Devi solo dirtelo.

Lo stesso sollievo che provi quando si appende, lo proverai a dirti la verità.
Solo che il sapore sarà meno appagante, meno zuccheroso. Ma meno finto.
Dillo cazzo. 
Dillo.

Perché solo la pulizia interiore tornerà a render pura l’arrampicata.


lunedì 22 agosto 2016

E se tutta questa analisi non fosse altro che un'ulteriore maschera della retorica?




Rischiare di chiudere il progetto al quinto giro, inaspettatamente.
E poi non riuscirci più. Macheccazzo.
Eppure non te ne frega nulla. Vai lì, con il sorriso di chi vuol solo passare un bel pomeriggio, con gli occhi puliti di chi ha solo da guadagnarci, con la pace di chi sa che realizzare è comprendere.

Ovvio. L’idiozia che ti contraddistingue è sempre in agguato. Ma in questi mesi hai lavorato sodo di cervello e poco di negative. E i risultati si vedono. Sei più contento. Hai inaspettatamente fatto pure due 7c in giornata. Sticazzi se erano un po’ farlocchi. Hai passeggiato flash un 7b. Ma senza quel velo assalitore nello sguardo. Ridendo, ripetendo quanto fosse bello il tiro, e facendo – davvero – di tutto per non cadere, finendo così per scalare bene: fluido, dinamico e preciso sui piedi. Un ninja.

Forse banalmente stai mettendo su livello e sei contento. Che far boulder è il miglior allenamento; checchè ne dicano gli amanti del a-secco impanatanati negli anni 90.
Dopo una giornata di obblighi ci manca solo che mi appenda a due zappe e cronometri la vita che spreco.

L’esistere si misura in battiti. In palpitazioni. Di quelle che tolgono il fiato. E quelle che contano davvero non sono poi così tante. Cerchiamo di accumularne il più possibile. L’arrampicata può diventare sterminato territorio di gioia o angusto affossamento dove far fermentare la propria pochezza.
Vedi tu. A me non me ne frega più niente. Non ho più dubbi.
È la felicità sulla pietra l’unico allenamento efficace e fruttuoso.

Ma, sia chiaro, e qui è il trick, la strada verso la gioia parte da un NO.
Combattere, lottare, opporsi ad ogni invasione di campo da parte della mediocrità.
Sottoforma di pensieri, persone, azioni, omissioni e reticenze.
Fermati. Respira. Chiudi gli occhi.
Prenditi cura di te e blocca ogni sterile pallottola di te stesso.

Fai fiorire ogni tua giornata. Che la vita poi verrà a chiederti il conto.
E passare gli ultimi anni di vita a parlare di meteo è la peggiore delle condanne.
Sii responsabile.
Non si può amare la pietra senza amare se stessi.
Diversamente si tornerebbe consumatori di arrampicata. Tristemente appesi alle attese. Alle lamentele. Alle scuse. Alle sue istanze manipolative. Ai rapporti di produzione e ai suoi effetti dissocianti ed emarginanti. Divorato dal concretismo. Intellettualmente appiattito.Feroce individualista e mistificatore dei dati di fatto; anche oggi si chiude domani?
Infine la resa.

Abdicare innanzi al buon senso.
Gettar via una vita così come la gente getta via le domeniche in freddi e lividi centri commerciali.
Ci hai mai fatto caso che in un certo senso, il più plumbeo, una vaga storpiatura della traduzione porterebbe a chiamare uno di questi “MondoMedio”?
Ebbene, la direttrice su cui poniamo la nostra lettura delle priorità è quella. Che se ne sia consapevoli o meno.

Guardarti da giù. Mentre ti fanno sicura. Avvolto di gioia e magia. La stessa che ti confonde con il cielo blu frizzante di questo vento da nord. Che ci provi di nuovo a chiudere il tiro.
Ma infondo ti basta esser qui.
Contento.
Di avercela fatta.
Ancora una volta.
A cambiar posizione.
Sui boulder di una vita.

L’arrampicata, stampatelo dentro, ti è amica.
Non può esser altrimenti.
Diversamente è sempre colpa tua.

Perché salire è l’unico modo per non sentir più freddo.
Per riuscire a non sentir più quel prurito in quei punti dell’anima che non riesci a raggiungere.
Perché siam troppo umani per volare e troppo poco per rimaner con i piedi per terra.

La scalata dunque è una delle poche cose rimaste per innalzarci.
Per nobilitarci.
Per renderci il più possibile simili a ciò che vorremmo essere.
Facciamola al meglio.



giovedì 18 agosto 2016

Tu stai bene solo quando scali





Stavolta però non sono scuse.
Stavolta è vero.
Ci vogliono le palle e un morale d’acciaio per ingaggiarsi ogni week end.
O forse è solo amore per la pietra. Semplicemente. Candidamente.
Stare a casa, sfondarsi di birrette e serie tv. Oppure scalare su 6b tutto il giorno.
Dopare l’opinione di sè coccolandosi con l’opinione altrui.

Mentire.

È questo il punto. Il maschio dominante in un gruppo a vocazione subalterna e remissiva. Bastano davvero delle dinamiche così false per alimentare l’illusione di un’esistenza.
Si.
Così come basta slogan di regime a dar l’illusione di vivere nella migliore e l’unica possibile delle democrazie.
Ma poi ci si stufa.
Perché l’uomo tende alla verità come un fiume tende a valle.
Prima o poi ci si stanca di mentire. Perché una raganatela di consensi ed illusioni, per quanto intellettualmente “comort-zone” porta sempre all’immobilismo.
E infine ad esser divorati dalla faciloneria. Dal fare tanto per fare.
E infine riscoprisi degli sciocchi. Dei complici.
Degli incompiuti.

Puntare alla perfezione in ogni cosa che si fa. The best is only good enough.
Fare del nostro meglio. Tentare di migliorare. Sudare. Soffrire.
La verità guardarla negli occhi.
Fissa. Senza timori. Non abbassarle lo sguardo. Essere parte di quella luce.
Dello splendore di un’esistenza.
Se c’è da bruciarsi assumersene il rischio.

E quindi il venerdì  a letto presto e cena leggera.
Sabato sveglio all’alba. Pulire casa. Un minimo. Preparare la colazione.
E poi andare incontro alla lotta. All’alta probabilità di fallimento.
Andarci con il sorriso. Come chi non ha altra scelta. Come chi ha scelto.
Mani ghiacciate in inverno. Senza respiro in estate.
Che persino l’aria è impastata come queste concrezioni cariche di magnesite e umidità.
Tirare. Cadere. Tirarsi di nuovo su.
Ma col cuore che pompa vita.

E Lunedì riniziare ad attendere.
A piegarsi ad altre lotte.

Perché la pace non è sottrarsi alla lotta oppure comprenderne – zen – la totale inutilità.
È da un pezzo che lo sappiamo.
La pace, quella vera, la provi solo quando metti a tacere la coscienza.
Che non ti sei sottratto. Che ad essa il tuo agire è perfettamente sovrapponibile.
Che non hai fuggito il confronto. Il lavoro. Fisico e intellettuale.
Lo sforzo della comprensione.

A volte rabbia. A volte gioia. dolore. E la voglia di mollare la tacca.
Ma ciò che non manca è la pace dentro.
Molleresti tutto. Prenderesti a calci la vita, te stesso. La fatica apparentemente inutile.
Ma la vita te la senti ardere dentro.

E alla fine proiettare tutto ciò in un esistere.
Guardandoti dentro, senza protezioni.

Sono scappato qui in valle.
Tutti quei sottintesi erano troppi persino per un codardo come me.

Va messo un telo di plastica sotto la tenda. Sempre.
E possibilmente dormire sui crash. Salvo non puzzino troppo di merda.
Prima devo cagare. Tassativo. L’umidità del terreno mi ha fatto germogliare dentro qualcosa. E non è un qualcosa di poetico.
Ho paura degli orsi.
Così come nei miei viaggi a piedi riuscivo a trasformare la solitudine del bosco in terrore solo con l’autosuggestione tipica di chi piega l’indole al vociare diffuso. Finendo per aver paura di un bosco e non di una banca.

Sto un po’ davanti alla tenda. Aspetto che il sole di luglio faccia il resto. Mi vesta di calore. Di colore.

È tutto qui?
Prendere il crash e gironzolare per il bosco?
Basta questo a dimenticare tutto? A farsi dimenticare.
A ritrovarsi solo all’età in cui i tuoi coetanei sono già al secondo figlio?
Essere lasciati perché “tu stai bene solo quando scali”.
Non capisci.
È un problema il fatto che io riesca a esser felice?

Di troppa razionalità i popoli si ammalano.
Le scelte vanno prese di pancia. L’istinto, se ci pensi bene, altro non è che il risultato di un adattamento perfezionatosi in migliaia di anni.

Decidere. Fare gli adulti. Guardarsi in faccia, negli occhi ma dirselo.
Che non siamo abbastanza l’uno per l’altro.
Che infondo ci siam voluti bene. Che te ne vorrò sempre.
Ma che ormai è arrivata la ghisa dei legami.

Sarò sempre legato a te. Come potrei non esserlo?
Ma devo capire dove finisce l’amore e inizia la tenerezza e la dolcezza, la gratitudine, la meraviglia della scoperta di essere in grado di costruire, ma non di tuffarsi insieme.
Incontro all’ignoto.
Mi mancherai come se mi mancasse un pezzo di me. Un moncone dell’io (o dell’ego).
Ma è giusto separarsi.
Andare incontro ai propri futuri.

Poi d’un tratto la paura – o l’affetto – mi trattiene. Si attorciglia al pensiero fluido e lo inceppa nella spontaneità.
E non so che fare. Se seguire il luccichio che intravedo dentro oppure il calcolo razionale.
Zavorrato da cose, legami, sovrastrutture, figli anche. Cazzo.

Baciarti teneramente, accarezzarti, tenerti fra le braccia, osservarti dormire.
Prendermi cura di te.

Cosa siamo?
E cosa potremmo diventare?

La verità è che è un bel casino.
Ed è un casino in cui solo noi due potevamo cacciarci.

Sei gran parte della mia vita.
Perché attingi direttamente alla parte pura e viva che tento di conservare in me e la alimenti.
Perché solo tu sei la chiave per entrarci.
E perché grazie a te rimango vivo.

Altro che arrampicare.

E allora le stronzate che racconto in giro sull’arrampicata maestra di vita ecc. ecc.
È ora che le metta in pratica. Che soffra per migliorare. Per uscire dal passo duro.
Rischiando di cadere. Sudando. Rischiando anche di farmi male se necessario.

Ma io devo salire.